La bufera di neve
Nevicava a rovina.
I fiocchi della neve scendevano dal cielo a grappoli come le cavallette.
Finito di mungere le mucche, le conducemmo alla valle. E passammo per l'oliveto.
Il manto bianco oscillava, ondeggiava, proprio come il mare in tempesta. I cavalloni di neve si sbattevano frantumandosi uno contro l'altro. Si sollevavano e danzavano turbinando e intrecciandosi come flutti sparendo nei loro frantumi.
Le pecore si rifiutavano di camminare.
Il babbo, mentre si passava così per l'oliveto, dietro le pecore per caso o perché presentiva qualcosa di grave, si avvicinò ad una piantina, sommersa dalla neve, con le branche piegate fino a terra. La agguantò con forza e la scosse sul fusto come per liberarla di quel gelido peso. Strappò un ramo dalla sua figlia e si rese conto subito del disastro. E quasi esterrefatto frantumò più volte il ramo in più punti tenendolo tra le mani come un proprio organo ferito: lo osservò attentamente come se stesse leggendolo e si contorceva tutto, ma in silenzio. E nervosamente strappava e riguardava.
Scattò d'improvviso verso un alberello. Strappò di nuovo. Sbucciò il ramo e lo lesse. Lo buttò via sempre in silenzio. E come un forsennato corse ad un'altra pianta. Stessa cosa. E spinto dal dolore, come per dimostrare alla tormenta che solo lui aveva il diritto di uccidere le proprie figlie, sradicò un alberello biforcuto e correndo avanti e indietro come volesse percuotere la bufera urlò agli ululati del vento la sua disperazione.
- Est tottu mortu! Est tottu mortu!
Gavino Ledda , Padre padrone, Feltrinelli